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I Re Magi e la leggenda della superbia [Fiaba di Natale]

«Da lontano, un'umile capanna si vedeva risplendere. Il Bambino Gesù stava tra l'asino e il bue. La Madonna e San Giuseppe lo contemplavano, e lo baciavano ogni tanto.»
Antonio De Nino (1833 - 1907) è alla ricerca, siamo intorno al 1883, di documenti folklorici sull'Epifania e i suoi miti; raccoglie i frammenti della tradizione orale intorno all'evento del "dono" e i significati che si trascina dietro, profondi, arcaici, che vedono oggi destinatari i bambini.

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«... Vennero i pastori - continua la leggenda -. I donativi si sprecavano: chi portava una pecorella, chi un caciocavallo, chi le scamorze, chi una cesterella d'uova.» Da Petransieri a Rivisondoli; da Pescocostanzo a Roccaraso il racconto popolare prende forma, rileva e unisce i frammenti della tradizione orale, e infine si modella anche sui prodotti locali dell'allevamento che vengono offerti dai pastori a Gesù, come vuole tra l'altro la tradizione abruzzese.

De Nino viaggia, si sposta, è alla ricerca di un cristianesimo antico, ma forse ancora più primitivo, che sfocia nella mitologia pagana, l'Epifania, l'arrivo della divinità in forma umana che discende dal cielo alla terra. Domina lo spirito, entra nelle città e segna il paesaggio, con tutto il suo fasto e il suo potere che è appunto "il manifestarsi annuale di Apollo che si presentava in Grecia - scrive Alfonso Di Nola -, ed Epifania era detto il rituale di ingresso dei re e dei principi nelle città. Nel Cristianesimo, nei remoti significati, si era sovrapposto quello dei bambini che attendono i doni". La leggenda di De Nino continua.

... Ecco che arrivano anche i Re Magi. Erano tre: uno portava l'oro, uno l'incenso e uno la mirra. Dovevano offrire questi doni al Bambino Gesù. Per via, i Re Magi litigavano tra loro; poiché non erano d'accordo a chi doveva essere il primo a presentare il dono. Il primo voleva essere quello che presentava l'oro. E diceva: "L'oro è più prezioso della mirra e dell'incenso: dunque devo presentarmi io, per prima."

Gli altri finalmente cedettero. Quando entrarono nella capanna, il primo a farsi innanzi fu dunque il Re con l'oro. Esso s'inginocchiò innanzi al Bambino; e appresso s'inginocchiarono i due con coll'incenso e con la mirra. Gesù Bambino mise una mano sul capo del Re che gli offerse l'oro, come se volesse abbassare la sua superbia; rifiutò l'oro; e accettò solo l'incenso e la mirra, dicendo: "L'oro non fa per me!".

La leggenda termina il suo "viaggio", in un piano puramente ispirato alla saggezza della cultura popolare, al rifiuto delle ricchezze, alla capacità delle scelte, alla comprensione popolare di un mondo soprattutto costituito dalle sue icone, irrinunciabili, che diventano narrazioni. «... Quando il Re - conclude il racconto - con l'oro si rizzò in piedi, era diventato nano.»

La superbia e il potere quindi, che qualcuno, a Scanno, in quell'area diffusa di miti e simboli fino all'altopiano delle Cinque Miglia, nella notte della vigilia dell'Epifania, combatterà, simbolicamente, appendendo sotto le finestre il "buon auspicio" che riproporrà in definitiva il logo di una favola modellata intorno alla comunità locale nell'antica notte di una tradizione popolare mai spenta: le calze con i doni, che sicuramente non conterranno l'oro.

Le fiabe di Natale abruzzesi sono state raccolte a cura di Vincenzo Battista, qui riprodotte per gentile concessione dell'autore e de "Il Messaggero".
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