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Quel presepe di tante piccole capanne [Fiaba di Natale]

L'incenso dal profumo sottile, balsamico, caldo, legnoso, invadente, fumo fragrante, nuvola aromatica, proveniva dai rilievi montagnosi che declinano lungo le coste del Mar Rosso. Aveva il potere di addolcire le amarezze, come vuole il rito, trasformare il dolore e le pene nella sostenibilità dell'essere; l'incenso, quello prescritto a Mosè per i profumi e utilizzato anche dagli antichi Greci e dagli Egizi, nei loro templi, che trasudavano di questo odore dolce offerto in vari modi: una liturgia senza tempo.

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Poi la mirra, con il compito di coprire l'odore della morte, profumo resinoso e balsamico per attenuare la passione, dalle più diverse qualità, acre, caldo, assicurava l'imputrescibilità dei corpi, qualcosa d'infinito, come l'anima; gocciolava in primavera dai buchi delle cortecce usata per le mummificazioni e per le imbalsamazioni. Resine del paradiso quindi, balsami pregiati, aromatici, trascendenti il dolore, la morte, celebravano il trionfo del non essere. E infine l'oro che simboleggiava la regalità, il primo metallo conosciuto dall'uomo fin dai tempi preistorici.

Tutto questo portavano con loro i magi, sacerdoti di una casta religiosa e primitiva, ma secondo le fonti tardo greche anche astrologi, indovini e fattucchieri. Giunti nella pianura, racconta una storia, che potrebbe essere una fiaba di Natale ambientata in un cielo pieno di astri, dall'aria gelida, e dal terreno coperto di neve come mai non si ricordava, i Magi si muovevano a fatica, simboli della divenuta immortalità con le loro resine, ma soprattutto di quella solidarietà che non stabilisce mai i confini; e passarono anche qui portandosi dietro una grande umanità, costituita da contadini, pastori, falegnami, fabbri, boscaioli, maniscalchi e tanti altri ancora in quel tremendo inverno del 1944.

Queste persone erano spinte da un'antica legge di fratellanza, aiuto, compassione verso quei "poveri Cristi", dentro quelle piccole capanne, di quel grande presepe, che era diventata la Valle Peligna, in un particolare Natale del 1944. " In molte capanne delle campagne di Corfinio, nascosti, ci vivevano gli inglesi, fuggitivi, impauriti, gelati, disperati - raccontano - .

Mio nonno e mio padre preparavano un cesto con dentro pane, formaggio, una minestra, un po' di vino e verdura e la portavano di nascosto, senza farsi vedere, in campagna, nelle capanne usate d'estate dai contadini per rimettere gli attrezzi agricoli, che erano in legno, con una lamiera sopra. Si parlavano a gesti. Un giovane piangeva mi ricordo, per quella fratellanza dimostrata". Intorno e dentro i borghi del presepe della Valle Peligna i tedeschi, l'occupazione, i fascisti, i cannoneggiamenti continui, miseria, terrore e poche certezze.

"I contadini portavano gli stivali per irrigare - continuano - e li usavano per farsi strada nella neve. Agli inglesi davamo coperte e cappotti vecchi, la paglia, qualcuno preparava un sacco e dentro ci metteva le foglie di granturco, per farne un pagliericcio. Centinaia e centinaia di uomini li hanno aiutati, e non solo a Corfinio. Con tanti sacrifici molti inglesi li abbiamo salvati". Di tanti non si è saputo più niente, molti non ce l'hanno fatta, ma qualcuno è tornato per rivedere quelle capanne, quei luoghi, per ritrovare quelle persone e continuare a raccontarla questa storia che assomiglia ad una fiaba di Natale, difficile da dimenticare.

Le fiabe di Natale abruzzesi sono state raccolte a cura di Vincenzo Battista, qui riprodotte per gentile concessione dell'autore e de "Il Messaggero".
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